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Tempio di Giove Ottimo Massimo Capitolino

Articolo alle pp297‑302 di

Samuel Ball Platner (completato e modificato da Thomas Ashby):
A Topographical Dictionary of Ancient Rome,
Londra: Oxford University Press, 1929.


Iuppiter Optimus Maximus Capitolinus, Aedes,* templum, νεώς, chiamato anche aedes Capitolina (Plin. NH XXXIII.16, 19; XXXV.14; XXXVI.45): il grande tempio sul Campidoglio, dedicato a Giove ed alle sue divinità alleate, Giunone e Minerva, la triade Capitolina. Tarquinio Prisco fece voto di questo tempio mentre combatteva con i Sabini e sembra aver posto alcune delle sue fondamenta, ma gran parte del lavoro venne fatto da Tarquinio il Superbo, che si dice averlo quasi del tutto completato. Secondo la tradizione corrente nei periodi successivi, c'erano santuari di altre divinità sul luogo destinato a questo tempio, tutte spodestate ad eccezione di Termine (q.v.) ed Iuventas (q.v.). Questi tabernacoli vennero quindi incorporati nel nuovo tempio e l' azione di Termine fu considerata come una predizione della permanenza del culto di Roma stessa (Cic. de rep. II.36; Liv. I.38.7, 55, 56; Plin. NH III.70; Dionys. III.69; IV.61; Tac. Hist. III.72; Plut. Popl. 13‑14). La dedica del tempio risalente al 13 settembre venne attribuita al primo anno della repubblica, quando questo onore cadde, per sorte, su Orazio Pulvillo (Liv. II.8; VII.3.8; Polyb. III.22; Tac. Hist. III.72; Plut. Popl. 14; cf. Plin. NH XXXIII.19).

La struttura originale probabilmente fu sviluppata dal tufo originario della collina, che spuntò fuori ai piedi del colle Capitolino a lato del Foro (AJA 1918, 185). Durante gli scavi delle fondamenta venne trovato un caput humanum integra facie (Liv. I.55.5) e questo venne interpretato dagli indovini etruschi come un presagio della sovranità di Roma sul mondo (Varro, LL V.41; Plin. XXXIII.15; Serv. Aen. VIII.345; Arnob. VI.7; Isid. XV.2.31; Cass. Dio, frg. 11.8).

Vi erano tre celle parallele. Quella mediana era dedicata a Giove e conteneva una statua in terracotta della divinità, con una saetta nella sua mano destra, ritenuta essere opera di Vulca di Veio; la faccia del dio veniva verniciata di rosso durante i giorni festivi (Ov. Fast. I.201‑202; Plin. NH XXXIII.111‑112; XXXV.157). La rappresentazione di questa statua e del resto della decorazione del tempio, vengono chiarite dalle figure a grandezza naturale, recentemente scoperte a Veio, appartenenti ad un gruppo che rappresenta il furto, da parte di Ercole, di un cervo sacro ad Apollo (NS 1919, 3).1 La camera a destra era dedicata a Minerva (Liv. VII.3.5), e quella a sinistra a Giunone.2 Probabilmente c'erano due statue anche in queste due celle ed ogni divinità aveva il proprio altare (Varro ap. Serv. Aen. III.134). La statua di Giove era rivestita di una tunica adornata con i rami della palma e le Vittorie (tunica palmata) e di una toga viola ricamata con oro (toga picta, palmata), il costume in seguito portato dai generali Romani quando celebravano un trionfo (Liv. X.7.10; XXX.15.11‑12; Iuv. X.38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI.334; Marquardt, Privatl. 542‑543; cf. SR II. 1914, 254‑256). La trabeazione era di legno e sull' apice del frontone vi era un gruppo di terracotta, Giove in un quadriga, opera dello stesso artista Etrusco autore della statua nella cella(Plin. NH XXVIII.16; XXXV.157; Fest. 274; Plut. Popl. 13). Questo venne sostituito nel 296 a.C. da un altro, probabilmente di bronzo (Liv. X.23.12). Non vi è alcun dubbio che il frontone ed il tetto erano decorati con figure di terracotta, fra le quali una statua di Summanus 'in fastigio' (forse quindi un acroterion), la cui testa venne staccata da un fulmine nel 275 a.C. (Cic. de Div. I.10 di; Liv. Epit. XIV). Vedere Terracotta Revetments, 47. Nel 193 a.C. gli edili M. Emilio Lepido e L. Emilio Paullo disposero degli scudi dorati sul frontone (Liv. XXXV.10).

Nel 179 a.C. le pareti e le colonne vennero coperte ancora una volta di stucco (Liv. XL.51.3), e una copia dell' iscrizione dedicatoria di L. Emilio Regillo, dal tempio dei Lares Permarini (q.v.) venne disposta sopra la porta (ib. 52). Un po' più tardi una pavimentazione a mosaico venne posta nella cella (Plin. NH XXXVI.185), e nel 142 il soffitto fu rivestito d'oro (Plin. NH XXXIII.57). Il tempio si elevava nell' Area Capitolina (q.v.) e davanti alla scalinata si trovava il grande altare di Giove (ara Iovis), dove solenni sacrifici venivano offerti all' inizio dell' anno, per le celebrazioni dei trionfi ed in alcune altre occasioni (Suet. Aug. 94; Zonaras VIII.1; Fest. 285). Questo tempio divenne un deposito delle opere d'arte di vario genere, delle donazioni dei generali romani e degli stranieri, come pure delle offerte dedicatorie e trofei delle vittorie (vedere Rosch. II.728‑730; Jord. I.2.16‑18), delle quali il più antico registrato era una corona dorata donata dai Latini nel 459 (Liv. II.22.6). Il numero di questi divenne così grande che nel 179 a.C. fu necessario rimuovere alcune delle statue e molti degli schermi affissi alle colonne (Liv. XL.51.3).

Il primo tempio prese fuoco fino alle fondamenta il 6 Luglio dell' 83 a.C. (Cic. Cat. III.9; Sall. Cat. 47.2; Tac. Hist. III.72; App. B. C. I83, 86; Obseq. 57; Plut. Sulla 27; Cassiod. ad a. 671), insieme alla statua di Giove (Plut. de Iside 71; cf. Ov. Fast. I.201) ed ai libri Sibillini che erano stati conservati in una cassa di pietra (Dionys. IV.62), ma il tesoro del tempio venne trasportato in sicurezza a Praeneste dal giovane Mario (Plin. NH XXXIII.16). La ricostruzione fu disposta da Silla (Val. Max. IX.3.8; Tac. Hist. III.72), che si dice abbia fatto portare a Roma, per questo tempio, le colonne corinzie di marmo bianco dell' Olympeion di Atene (Plin. NH XXXVI.45). Queste colonne non sembrano essere state utilizzate, poiché monete del 43 a.C.3 (Babelon, II.291, Pet. 1‑4; BM. Rep. I.571.4217‑25) rappresentano colonne doriche sul posto. La maggior parte della ricostruzione fu affidata a Q. Lutazio Catulo, assegnatagli dal senato (Cic. Verr. IV.69; Varro ap. Gell. II.10; Lactant. de ira dei 22.6; Suet. Caes. 15) e la nuova struttura fu da lui inaugurata nel 69 (Liv. ep. 98; Plut. Popl. 15; cf. Plin. NH VII.138; XIX.23; Suet. Aug. 94). Il nome di Catulo fu iscritto sopra l' entrata e lì rimase fino al 69 d.C. cosicché il voto del senato per sostituire il nome di Cesare, dopo la morte del dittatore (Cass. Dio XLIII.14; il cfr. XXXVII.44), non fu attuato. Questo tempio fu costruito sulle fondamenta ed il progetto originali (Tac. loc. cit.), salvo che esso era più alto (Val. Max. IV.4.11), più costoso (Dionys. IV.61) e senza dubbio più splendido. L' altezza più grande del tempio non era in armonia con quella dello stilobate e Catulo volle rimediare a questo difetto abbassando il livello dell'area Capitolina. Tuttavia questo non poté essere realizzato a causa delle favissae, cioè, dei passaggi sotterranei che erano stati inseriti dalla cella del tempio e nei quali erano stati immagazzinate le vecchie statue che erano cadute dal tetto e varie offerte dedicatorie (Fest. 88; Gell. II.10; Gilb. II.419; Rosch. II.710). Il genere di pietra impiegata non è conosciuto. Il tetto era sostenuto da aquile 'vetere ligno' (Tac. loc. cit.) ed era coperto da piastre del bronzo dorato (Plin. NH XXXIII.57; Sen. Contr. I.6.4; II.1.1). Il denarius succitato mostra Roma in piedi sugli scudi fra due uccelli, con la lupa ed i gemelli a destra (cfr. Cass. Dio XLV.1; Suet. Aug. 94) e sull' apice una statua di Giove in un quadriga. L' antica statua in terracotta di Giove sembra essere stata sostituita da una d' oro e di avorio, in posizione seduta (Joseph. Ant. Iud. XIX.1.2), eseguita, probabilmente da alcuni artisti greci, forse Apollonio, ad imitazione di quella di Zeus in Olympia (Chalcid. in Plat. Tim. 338C; Brunn, Künstlergeschichte I2.543 = I2.379). Catulo dedicò anche una statua a Minerva, infra Capitolium (Plin. NH XXXIV.77). Cf. CIL i2725, 730‑732 = VI.30920‑4 per le iscrizioni dedicatorie disposte nel tempio). Non si può stabilire se VI.30928 (insieme a 30921, 30923 cfr. ib. i2.732) siano appartenute a questo o al Capitolium Vetus (q.v.).

I fulmini frequentemente si abbatterono sul Campidoglio e fecero molti danni, probabilmente al tempio stesso (Cic. Cat. III.19; de Div. I.20; II.45; Cass. Dio XLI.14; XLII.26; XLV.17; XLVII.10) ed Augusto lo ripristinò con grosse spese, probabilmente verso il 26 a.C., ma senza disporre il proprio nome su di esso (Mon. Anc. IV.9). Tre volte è menzionato negli acta Lud. Saec. (CIL VI.32323.9, 29, 70). Ulteriori lesioni da fulmini vennero registrate nel 9 a.C. (Cass. Dio LV.1) e 56 d.C. (Tac. Ann. XIII.24).

Nel 69 d.C. il secondo tempio, sebbene sguarnito e saccheggiato, venne bruciato quando il Campidoglio fu preso d'assalto dai Vitelliani (Tac. Hist. III.71; Suet. Vit. 15; Cass. Dio LXIV.17; Stat. Silv. V.3.195‑200; Hier. a. Abr. 2089) e ricostruito da Vespasiano sulle sue linee originarie ma ancora più alto (Tac. Hist. IV.4, 9, 53; Suet. Vesp. 8; Cass. Dio LXV.7.10; Plut. Popl. 15; Aur. Vict. Caes. 9.7; ep. de Caes. 9.8; Zon. XI.17). Le monete del periodo4 sono conformi nel rappresentare questo tempio come esastilo, con colonne corinzie e statue di Giove, di Giunone (a sinistra) e di Minerva (a destra), nei tre intercolunni centrali, ma differiscono nel numero e nella posizione delle figure che sormontano il frontone — quadrighe, aquile, teste dei cavalli ed oggetti di incerta natura (Cohen, Vesp. 486‑493; Titus 242‑245; Dom. 533; per una lista delle monete che rappresentano il tempio in periodi differenti, vedere Arch. Zeit. 1872, 1‑8; Jord. I.2.88‑90).

Questo tempio di nuovo venne bruciato nell' 80 d.C. (Cass. Dio LXVI.24) e ricostruito da Domiziano (Suet. Dom. 5; Plut. Popl. 15; Eutrop. VII.23; Chron. 146), anche se il lavoro reale fu cominciato apparentemente nell' anno 80 (Act. Arv. Henzen, cvi.115‑116). L' inaugurazione probabilmente avvenne nell' 82 (Cohen, Dom. 230; Hier. a. Abr. 2105, erroneamente). Questa struttura superava la primordiale in magnificenza. Era esastila, di ordine Corinzio e le colonne erano di marmo bianco pentelico, un materiale utilizzato in nessun'altra costruzione romana (Plut. Popl. 15). Le porte erano fasciate d'oro (Zos. V.38) ed il tetto coperto di mattonelle dorate (Procop. b. Vand. I.5). Le quattro colonne bronzee ricavate dai rostra delle navi catturate ad Anzio, che Domiziano aveva installato 'in Capitolio' (Serv. Georg. III.29), forse si elevavano in questo tempio. Il frontone era adornato con rinforzi ed i suoi apice e timpani con statue, come nei templi primitivi, ma per questa ricostruzione dobbiamo dipendere dalla testimonianza delle monete (Cohen, Dom. 23, 174) e dei frammenti dei rilievi o delle illustrazioni dello stesso, come per esempio una che si trova nel Louvre, proveniente dal foro di Traiano, in cui la parte che mostra il frontone è persa (PBS IV.230, 240‑244; cfr. Mél. 1889, 120‑123; Mitt. 1888, 150‑155; 1889, 250‑252; e Jord. I.2.89‑90; Rosch. II.718‑719) ed un' altra nel Palazzo dei Conservatori (Cons. 23). Vedere BC 1925, 181‑191; e cfr. Bernhart, Handbuch zur Münzkunde der röm. Kaiserszeit, 125.

Questo tempio viene descritto in termini appassionati da Ammiano (XVI.10.14; XXII.16.12) ed Ausonio (Clar. urb. XIX.17: aurea Capitoli culmina). La sua distruzione cominciò nel quinto secolo quando Stilicone trasferì fuori i rivestimenti d'oro delle porte (Zos. V.38). L' iscrizione che venne riferita come trovata in questa occasione era semplicemente un graffito, letto negligentemente, restaurato da Reinach: Niger, Q. Regii ser(vus) (CRA 1914, 562).5 Gaiserico rimosse metà delle mattonelle dorate6 (Procop. b. Vand. I.5), ma nel sesto secolo era ancora una delle meraviglie del mondo (Cassiod. Var. VII.6). Tuttavia, sembra che nel 571 Narsete rimosse le statue, o molte di loro: Chron. I.336 Min. (571), p. c. Iustini Aug. iiii anno. De Neapolim egressus Narsis ingressus Romam et deposuit palatii eius statuam et Capitolium (vedere BCr 1867, 22; Hülsen cit.) La bolla papale di Anacleto II (1130‑8) si riferisce a questo come templum maius quod respicit super Alafantum (v. Elephas Herbarius). La storia della sua distruzione è poco conosciuta verso il sedicesimo secolo (Nibby, Roma Antica I.505 ff.; cfr. Jord. I.2.32‑34) quando i Caffarelli costruirono il loro palazzo sulle rovine del tempio (LS II.94‑96).

Scavi e sondaggi (Ann. d. Inst. 1865, 382; 1876, 145‑172; Mon. d. Inst. VIII. pl. 23.2; X. pl. 30a; BC 1875, 165‑189; 1876, 31‑34; Bull. d. Inst. 1882, 276; NS 1896, 161; 1921, 38), collimati colle informazioni forniti da Vitruvio (III.3.5) e da Dionisio (IV.61), hanno stabilito la pianta generale del tempio, che rimase la stessa per le ricostruzioni successive (cfr. Delbrück, Der Apollotempel auf dem Marsfeld in Rom, Rome 1903, 12‑13). Il tempio era di pianta rettangolare, quasi quadrata, orientato verso sud, ed il suo asse principale deviava di circa 26‑½ gradi ad est della linea nord-sud. Lo stilobate sembra non essere stata una massa solida, ma questo consisteva di pareti parallele, larghe m. 5,60, in blocchetti di tufo poste senza malta e piantate in profondità nella terra. Notevoli resti di esso sono visibili nel Museo Mussolini, che occupa il precedente Palazzo Caffarelli. La sua altezza era di circa 4‑5 metri. La proporzione in larghezza fra la camera centrale della cella e quelle dai lati era di quattro a tre. La lunghezza dei lati più corti dello stilobate, derivati da misure reali, escludendo i rivestimenti esterni di cui non si sa niente, era di circa 55 metri e quella dei lati più lunghi circa 60 metri. (Per una discussione sulla dimostrazione dell' uso del piede Italico (0,278 m) anziché il romano (0,2977 m) in queste fondamenta, vedi Hermes, 1887, 17‑28; 1888, 477‑479; Richter, 122‑123; Mitt. 1889, 249; CR 1902, 335‑336; NS 1907, 362; AA 1914, 75‑82.)

Paribeni (NS 1921, 38‑4) dà una nuova pianta, basata sui recenti scavi, nella quale tre angoli7 e parti dei lati furono messi alla luce e ne deduce le misure di cui sopra.8 Fa notare che se possiamo supporre che Dionisio (chi ci dice che il perimetro del tempio era di 8 plethra (800 piedi greci), che ogni lato era di circa 200 piedi, e che la differenza fra la lunghezza e la larghezza non eccedeva i 15 piedi) si serviva del vecchio piede greco di circa 296 millimetri, corrispondente al piede romano (in realtà il piede greco di 308 millimetri era il piede tolemaico cfr. Segré in Aegyptus I.159), otteniamo una misura di 56,98‑61,42 metri, che, tenendo conto dei rivestimenti, si accorda strettamente alle misure date sopra. Se supponessimo essere stato utilizzato il piede italico, dovremmo ottenere da 55,60 - 59,77 metri, misura piuttosto limitata, poiché non permetterebbe nessuna facciata. Il podio è quello del tempio originale (YW 1922‑3, 98). Nient'altro delle pareti parallele dello stilobate è stato trovato.

Il tempio era esastilo, con tre file di colonne fino alla parte anteriore e una singola fila su ogni lato e gli spazi intercolunnari corrispondono con le larghezze differenti delle tre celle adiacenti. Poiché le basi delle colonne erano di circa 8 piedi (2,23 m) in larghezza, gli intercolunni più larghi misuravano 40 piedi (11,12 m) e le più strette 30 piedi (8,9 m). Secondo queste misure la cella erano di 100 piedi (27,81 m) quadrati. Della sovrastruttura adesso rimangono soltanto frammenti, un fusto di colonna scanalata in marmo pentelico, di 2,10 metri di diametro, facente parte di una base Attica della stessa pietra, larga 2,26 metri, e la metà inferiore d'un capitello Corinzio (NS 1897, 60), anche se si segnala che sono stati trovati frammenti del cornicione e del fregio con i rilievi scolpiti (LR 300‑301; BC 1914, 88‑89). Cfr. DAP 2.xv.372‑3 per la rimozione, come sembra, di un' altra colonna nel 1544‑6. È veramente notevole che così poco si sia trovato dei templi successivi.

Questo tempio era il centro del sistema religioso dello stato durante la repubblica e l' impero e aveva grande importanza politica. Qui i consoli offrivano i loro primi sacrifici pubblici e il senato si riuniva in assemblea solenne; era la destinazione delle processioni trionfali ed il deposito degli archivi che si occupavano delle relazioni estere. Per i Romani era il simbolo della sovranità e della potenza di Roma e della sua immortalità. (Per un catalogo degli usi di questo tempio, vedere Rosch. II.720‑739; Jord. I.2.94‑95; WR 125‑129; vedere inoltre rea Capitolina. Oltre ai riferimenti già dati, vedere, per il tempio in generale e la voluminosa letteratura su di esso, Richter, Hermes 1884, 322‑324; Top. 121‑130; BRT II.23‑31; Jord. I.2.8‑101; Gilb. II.416‑423, 434‑448; III.382‑398; Rodocanachi, Le Capitole romain, 27‑40; Hülsen, Festschrift für H. Kiepert 209‑222; RE III.1531‑1538; X.1135‑1137; Rosch. II.705‑720; LR 298‑301; ZA 22‑28; ASA 12, 13.)


Le note degli autori:

Il carattere di questa statua e del resto della decorazione del tempio: Vedere inoltre Ant. Denk. III.45‑55.

La camera a sinistra era dedicata a Giunone: La cella Iunonis Reginae è menzionata in Act. Lud. Saec. Sev. (CIL VI.32329.9).

Le monete del 43 a.C.: Aggiungere una moneta della gens Volteia (Babelon, II.565; BM. Rep. I.388.1, dove è datata dopo l' 83 a.C.). Il tempio era raffigurato era areòstilo ed il relativo frontone era 'tuscanico more', probabilmente con le statue di bronzo dorato (Vitr. III.3.5, citato su p255). Vedere BC 1925, 169‑176. Egualmente è rappresentato, con il relativo alto podio, su una delle tazze di Boscoreale (Mon. Piot, V. (1899) pl. XXXVI.2; Rostowzew, History of the Ancient World, II. Rome; 186), dove un' aquila è chiaramente visibile nel frontone.

Monete del periodo: Vedere BC 1925, 176‑181.

Niger, Q. Regii servus: Come Hülsen tuttavia precisa, Niger non è il nome di uno schiavo, né Regius un gentilicium.

Gaiserico rimosse metà delle mattonelle dorate: Che Costanzo II rimosse le mattonelle di bronzo dorato nel 665 d.C. è asserito da molti autori moderni; ma niente ci è detto di questo in LP LXXVIII. (Hülsen, Bilder aus der Geschichte des Kapitols, Roma, 1899, p31 n7).

tre angoli furono messi alla luce: Il quarto angolo si vede nella Piazzetta della Rupe Tarpea, all' altezza di Via Tor de' Specchi (vedere infra, p351).

Paribeni dà una nuova pianta: Per un' altra vedere Capitolium, I.321‑326.


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