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Bevagna (6)

Questa pagina riproduce una parte di
Spello, Bevagna, Montefalco

di
Giulio Urbini

stampato dall' Istituto Italiano d' Arti Grafiche
a Bergamo
1913

Il testo è nel dominio pubblico.
Le eventuali foto a colori sono © William P. Thayer.


Se vi trovate un errore, vi prego di farmelo sapere!


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Montefalco (2)

[ALT dell' immagine: zzz. Si tratta di un panorama di Montefalco, nell' Umbria.]

Panorama di Montefalco.

(Fot. I. I. d' Arti Grafiche).

p87

Montefalco

(1a parte di 4)

"Si fa una gita a Montefalco (mi piace di cominciare con le parole della Brunamonti nei "Ricordi di Viaggio"). La strada da Bevagna monta e gira sul crine dei colli con incantevoli curve e scoprimenti di vallate e di montagne. Là in fondo si vede Gualdo Cattaneo, un villaggio mezzo selvatico e medievale. Come conserva gelosamente l' aria antica questa nostra Umbria!". Intanto, cammin facendo, si toccherà qualcosa della sua storia. Ma lasciando sempre le ipotesi cervellotiche sulle etimologie del supposto nome etrusco di Falisco o di quello, documentato, di Coccorone, che si pretenderebbe corruzione di Corcurione o Corcorona, pe' quali i vecchi eruditi andarono a scomodare perfino il romano Marco Curione, che avrebbe singolarmente prediletto e abbellito, come suo luogo di delizie, questo paese (Cor Curionis), e un cavaliere tedesco, che vi si sarebbe pur stabilito e avrebbe avuto per stemma un cuore con una corona, basti dir solo che nel 1249 Tommaso d' Acerra, conte d' Aquino, vicario di Federico II, mosse contro questo castello, perchè, insieme con la vicina Bevagna, s' era ribellato all' imperatore, e sembra che lo abbattesse; dopo di che gli abitanti lo rifabbricarono e lo munirono più fortemente e lo chiamarono Montefalco; sia che il monte sul quale sorgeva avesse già preso nome da un falco che si disse donato dal Barbarossa al signore di Coccorone, o che, secondo una forse più favola che leggenda, mentre gli anziani discutevano appunto sul nome da dare al nuovo castello, un falco fosse entrato dalla finestra in quel grave consesso. Certo è che prima del 1249 il nome di Montefalco non appare nelle cronache, e le notizie che si potrebbero spigolare di poi non meritano d' esser qui riportate. Che dai successori degli antichi conti di Coccorone passasse ai Trinci di Foligno, e dall' ultimo di essi, Corrado, tornasse alla Chiesa, cui lo ritolsero per breve tempo Francesco Sforza e Nicolò Piccinino ed altri: che nel 1425 avesse un proprio Statuto, e nel 1464 fosse desolato dalla peste, e nel 1500 fosse saccheggiato dalle "Bande Nere": p88queste e consimili notizie, cui solo han badato gli antichi cronisti, non c' interessano più che tanto. Nè interessano a noi, come forse ai suoi più che 6100 abitanti, alcune piccole celebrità locali, tra cui appena vivono nella sterile memoria di qualche erudito due o tre verseggiatori. Uno, Nicola, trombettiere di Braccio II Baglioni, innamoratosi d' una spellana, chiamata Filena, la celebrò in un canzoniere d' imitazione petrarchesca e non senza reminiscenze del Frezzi, intitolato appunto "Filenico" e conservato in un codice che da Spello passò alla Classense di Ravenna. Un altro, Bastiano, del secolo successivo, è ricordato dal Crescimbeni per "alcune Rime imprese con la Ninfa Tiberina del Molza e con altre poesie di diversi". Un terzo, il medico Achille Egidj, finì nel 1631 un poema in latino su la beata Chiara da Montefalco ("Clareidos libri tres"), edito tre volte, a Siena, a Firenze, a Lione, e tradotto, nel secolo scorso, da Ottavio Accorimboni di Spello.


[ALT dell' immagine: zzz. Si tratta di uno scorcio di Montefalco, nell' Umbria.]

Porta di S. Agostino
o dello Stradone.

Lasciamo stare queste piccole memorie. Quassù, a 473 metri sul livello del mare, non si sale per così poco: quassù si viene, trabalzando ancora entro un calesse di messaggeria, perchè in pochi altri luoghi come in questo tante bellezze d' arte s' uniscono a così meravigliosa bellezza d' orizzonti e di paesaggi. Appena giunti per una bella strada arborata, ecco, dinanzi, la Porta di S. Agostino, o dello Stradone, che s' apre in un torrione decorato internamente d' un mal ridotto affresco del sec. XIV. Nonostante i merli ghibellini, probabilmente foggiati così più tardi, potrebbe credersi avanzo della Rocca fatta costruire da papa Giovanni XXII per difesa del Ducato di Spoleto, per residenza del rettore o duca e per custodirvi la tesoreria e gli archivi della S. Sede, che erano nel convento di Assisi. Sappiamo da documenti autentici che per dar consigli sulla edificazione di detta Rocca fu chiamato nel 1323 il celebre architetto Lorenzo Maitani e che l' anno dopo furono cominciati i lavori, ai quali presero parte, come consiglieri o come soprastanti, vari altri maestri, quali Bianco Giovagnoli, Andrea Passero da Spello, fra Corrado di Cencio, fra Niccola di Ventura, Elemosina Andreucci, mastro Nallo, mastro Merlino, Giovanni di S. Gemini e parecchi altri. Ma, compiuta nel 1340, era già demolita nel secolo p89seguente; nel quale la "nobile Terra", quasi sempre fedele alla Chiesa, fu divisa in quattro badie, o quartieri, denominati dalle quattro chiese, ancora superstiti, di S. Agostino, di S. Francesco, di S. Bartolomeo e di S. Fortunato.


[ALT dell' immagine: HTML 4.01 valido.]

Pagina aggiornata: 23 Ago 05