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Tavola del Pintoricchio,
(Fot. Alinari) |
E a questo proposito noterò che Spello, così ricca d'insigni pitture, non ha dato nessun pittore degno d'essere ricordato. Di un Dondoli, che il Lanzi dice nato nel 1650 e che secondo lui sarebbe stato un assai buon pittore se avesse avuto miglior fondamento di disegno come ebbe lodevole colorito, non si può oggi additare con sicurezza nessuna delle opere che avrebbe lasciato in patria. Di Carlo Lamparelli, morto nel 1727, si potrebbero additare alcune tele nella chiesetta di S. Angelo e in S. Maria Maggiore, e nella basilica di S. Francesco in Assisi e altrove; ma non sono lodevoli nè per colorito nè per disegno nè per altro.
Tornando alle opere d'arte di S. Andrea, aggiungerò che la mensa dell'altar maggiore è sorretta da un semplice ed elegante portichetto di stile gotico; — che l'abside conserva, sotto l'intonaco, una decorazione di affreschi di scuola umbra; — che allato del vicino altare è appesa una tela quadrilunga con un Cristo morto, mal disegnato nella parte inferiore, ma bellissimo, caraccesco nella testa, d'un mirabile effetto funereo, — e che finalmente nell'ultimo altare di sinistra ci resta a vedere un grande Crocifisso, d'epoca giottesca, che anticamente doveva stare sul tramezzo della chiesa.
p37 Nei fondi del convento può piacere agli archeologi di osservare un tratto di muro d'enormi pietroni squadrati, di cui si vedono altri resti nella casa n. 37 e altrove, fin dietro alla Rocca di piazza; a proposito de' quali noterò che nell'androne del Palazzo municipale si conserva un frammento di lapide a grandi lettere, che il Bormann con minuti raffronti ha cercato di reintegrare in una sua dissertazione, donde risulterebbe che apparteneva ad un grande edificio fatto fare o restaurare per testamento d'un nobile personaggio che, a desumerlo dai titoli, doveva essere Plinio il giovane. Ora, sapendosi che la lapide, grandissima, fu trovata a pochi passi dagli avanzi suddetti, sarebbe forse troppo arrischiata l'ipotesi che questi potessero in qualche modo appartenere all'edificio pliniano? Va poi anche notato come non resti alcun indizio del "magnifico tempio" che Costantino nel suo celebre Rescritto concesse agli spellani d'inalzare in onore della gente flavia, e che in fatti dovè esser fabbricato, poichè in una base, trovata non molto lontano dai ruderi dell'anfiteatro, è ricordato appunto un sacerdote della detta gente.
A Spello non v'è più alcun edificio civile di speciale importanza architettonica; ma restano molte tracce delle solide costruzioni medievali, riconoscibili all'esecuzione accuratissima degli archi di pietre conce, generalmente ribassati nelle finestre e prima a tutto sesto e poi quasi sempre acuti nelle porte, le une più grandi e a livello della strada, per accesso alle botteghe; le altre non, come si dice, mortuarie, ma proprio di casa, molto anguste, rialzate più o meno da terra e con la soglia ristretta, per maggior difesa, da due sporti agli stipiti. Si vedono ancora molte finestre laterizie del quattrocento, e neppur mancano resti d'eleganti decorazioni architettoniche del p38 sec. XVI; ma dobbiamo dolerci che non esista più un graffito bellissimo in una facciatina sulla fine di Via Cavour, decorata ancora da una semplice e graziosa porta con lo stemma della famiglia Bianchi e la data 1502.
Ed eccoci in Piazza Vittorio Emanuele. La Rocca, demolita in parte e trasformata dopo i terremoti del 1832, era coronata da una merlatura guelfa, come si può anche vedere nella terza prospettiva del grande armadio della sagrestia di S. Lorenzo. Ne resta anche memoria in una lapide, ora nell'atrio del Palazzo municipale, in cui è detto che nel 1358 la fece edificare Filippo dell'Antella, vescovo di Firenze e Rettore del Ducato di Spoleto. Mentre, secondo alcuni, i Baglioni avrebbero avuto il loro p40 palazzo su parte dell'area occupata ora dal Collegio Rosi, secondo altri, più probabilmente, avrebbero abitato in detta Rocca, della quale rimane tuttora, dalla parte di levante, un portone ogivale a grandi conci di calcare bianco, sormontato da uno stemma con le chiavi papali, fra due altri ora affatto irriconoscibili. — In capo alla Piazza grandeggia il Palazzo municipale, privo di bellezza e d'importanza architettonica per le ricostruzioni e i restauri subìti in diversi tempi. Ma nell'angolo tra mezzogiorno e ponente si riconosce bene la parte più antica, nella quale è stata chiusa una loggia ad archi acuti, forse quella che gli Statuti del sec. XIV chiamano "voltam Palatii Communis", poichè sembra che questo fosse anche allora il Palazzo del Comune, p41 a cui era vicina la chiesa di S. Rufino sotto quella di S. Filippo, che fu riedificata con disegno del celebre architetto Giuseppe Piermarini e adesso è ridotta a magazzino: Sotto un leone in altorilievo, che tiene fra le zampe un cinghiale atterrato, è una breve scritta con la data 1270 e il nome dell'autore, Prode, che non è certo se fosse solo lo scultore del gruppo o, più probabilmente, anche l'architetto del palazzo. In alto sono stati rimessi in luce due riquadri con due stemmi: uno dei Maccarelli, che governarono e tiranneggiarono la patria con lotte civcivili, tradimenti e stragi fino al 1346; l'altro del paese, con una croce e due specchi, che derivano da una cervellotica etimologia del suo nome, per cui s'andò a tirar fuori speculum, perchè si specchiava, dicono, in un lago (forse reminiscenza properziana): "E Spello in prima fu chiamato specchio", cantava il Frezzi nel "Quadriregio". La croce bianca non proviene certo dai tempi di Costantino; ma siccome difficilmente potrebbe accettarsi l'ipotesi che fosse aggiunta dopo il 1346 per la leggenda della vecchia della croce, che racconterò più innanzi, si potrebbe supporre che rimontasse al 1095, quando molti spellani, con a capo Ercole Cacciaguerra, mossero alla prima crociata sotto Boemondo di Puglia. — La Fontana, di cui un moderno basamento ha guaste le proporzioni, fu eretta sotto il pontificato di Giulio III (1550‑5) e reca nel mezzo il suo stemma. — Nell'androne è una raccolta di lapidi nella massima parte romane p42 (altre, importantissime, sono nel salone del primo piano): in fondo al secondo braccio si vede incastrata nel muro la fronte anteriore d'un sarcofago romano della decadenza; sopra, la fronte d'un'urna cineraria, pur della decadenza; sopra ancora, in una nicchia, un torso marmoreo di statua assai ben paludata, de' buoni tempi; sotto la scala una grand'Olla e frammenti d'elegantissimi cornicioni romani, che dovevano decorare la scena del Teatro, nella cui area furono scavati sui primi del secolo XIX. Delle cose di qualche interesse che potrebbero vedersi nel piano principale, dove sono gli uffici del Comune, l'Archivio municipale e notarile (mente comincia dal 1370), la Biblioteca, che possiede, tra l'altro, la grande raccolta dei Bollandisti con pregevole legatura francese del settecento, noterò solo, nel Gabinetto del Sindaco, un piccolo Dittico p44 con la Crocifissione e l'Incoronazione, sotto alle quali una scritta, oggi quasi illegibile, ci dà il nome dell'autore, Cola Petruccioli d'Orvieto, e la data (1395?); nella Sala del Consiglio un alto fregio d'affreschi simbolici, del 1588, e, nella stanza attigua, un affresco nella maniera dello Spagna, staccato dalla diruta chiesetta di S. Michele Arcangelo.
Prendendo per Via della Misericordia, si va alla chiesetta omonima, che conserva ancora la sua facciata del quattrocento, con affreschi di scuola folignate, e nell'interno due nicchie, una con affreschi di scuola perugina, del 1522, l'altra con un Calvario p45 e altri affreschi, decorativi e votivi (1562), di Michelangelo Carducci di Norcia. E salendoº si passa per l'Ospedale, ove, fra poche altre cose di minore importanza può vedersi un affresco del sec. XVI, al quale, come a quello del secolo successivo nella chiesa di S. Ventura, dette argomento una leggenda riportata dai cronisti e p46 ancor viva nella tradizione popolare. Una vecchia, secondo questa leggenda, soffiava con male arti nel fuoco delle discordie che funestarono Spello con tradimenti e stragi e scelleraggini d'ogni fatta, specie dal 1320 al 1346; nel qual anno, mentre le fazioni stavano per azzuffarsi, due pastorelli avrebbero vista in cielo una croce di fuoco tra due angeli sopra la torre di piazza; onde si posero giù le armi e tornò la pace fra i cittadini. Dopo di che, "la vecchia della croce" (passata in proverbio come sinonimo di mettiscandali) non si sarebbe più veduta; e dell'anniversario di questa pace è ricordo anche negli Statuti del 1360, dove ai priori s'ingiungeva di stipendiare un naccherino che non mancasse mai ad alcuna festività, compresa quella dell'"Apparizione della croce". Attraversando poi la piazzetta del Collegio Rosi, nel quale potrebbe p48 vedersi una gran nicchia d'altare dipinta nel 1580 dal Fantino di Bevagna, eccoci dinanzi alla chiesa di S. Lorenzo.
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